Abusi (di una società morbigena)

Etimologicamente il termine ci informa di una situazione negativa (mal usi), fatta di eccessi ed errori. La Pedagogia Clinica analizza le connotazioni specifiche riguardanti ogni forma di abuso che determina uno stato di disequilibrio nella persona e per questo interviene in aiuto, in particolare nella scuola, dove il fenomeno è assai presente, quel contesto in cui educazione, conoscenze e socialità dovrebbero costituire orditi e trame impreziosite da attenzioni e rispetti in particolare nei confronti degli allievi che vivono situazioni di difficoltà e disagio. La teoria e la pratica pedagogico clinica sostengono che la scuola debba organizzare servizi specifici, preoccuparsi di dare risposte personalizzanti, mantenendo costantemente l’allievo in un rapporto di interazione con gli altri. A questo appello la società risponde assai spesso, con uno iato, ovvero separando gli allievi in difficoltà da quelli percepiti come normali. È una società sempre più morbigena e spesso gli alunni sono esposti ad abusi di ogni genere, comprese le condizioni che li fanno sentire in carenza di protezione e di difesa tali da rendere l’ambiente arduo e ostile. Abuso è anche porli nelle condizioni di sviluppare troppo precocemente le funzioni autonome dell’Io, subendo traumi nel processo maturativo, con l’effetto conseguente della strutturazione di una personalità fragile e non autentica. Sono abusi i comportamenti derivati dalla convinzione che il profitto scolastico sia ascrivibile esclusivamente all’intelligenza considerata “dote naturale”, così come l’esclusione dei più deboli e indifesi dimenticando in tal modo il modello pedagogico clinico della cooperazione che valorizza la vicenda educativa e scolastica, la crescita reale dell’allievo e la sua integrazione sociale. È causa di morbilità ogni atteggiamento svalorizzante per il non immediato successo scolastico in quanto origina sofferenze che spesso si traducono in instabilità, indisciplina, resistenza, rifiuto della scuola, passività o aggressività, inerzia globale davanti allo sforzo, isolamento e senso di inferiorità. Gli insuccessi che ne derivano incidono sull’evoluzione della personalità infantile, specie se a colpevolizzare l’allievo sono anche i genitori che, frustrati nella loro ambizione sui figli, rischiano di compromettere le relazioni affettive familiari. La morbilità si incrementa anche ogni qualvolta l’insegnante si riduce a correggere e ad accusare l’allievo appellandosi o alla pigrizia o alla cattiva volontà, mentre invece egli è alle prese con dei veri e propri ostacoli. Si classificano gli allievi, si circoscrivono nelle nosografie senza studiare e approfondire le differenze di sviluppo che li caratterizzano, le loro differenti classi sociali, le diverse manifestazioni dell’affettività, le reazioni alle frustrazioni, le disparate immagini di , i linguaggi espressivi e la creatività. Le norme e gli standard di valutazione a cui i docenti si affidano spesso vengono seguiti solo perché comodi o realizzati per inerzia e rassegnazione, senza conoscere le conseguenze di tale azione e traducendo tutto in una perdita secca in termini di civiltà e di economia; ciò fa comprendere quanto la scuola necessiti di una più mirata e specifica formazione professionalizzante.