Dislessia (Disturbo della Lettura-DSM V)

Disturbo specifico dell’apprendimento che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura (L. 170/2010). La diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) è effettuata dal Servizio Sanitario Nazionale, con una valutazione psicometrica somministrata individualmente per rilevare l’esistenza di un livello intellettivo che non deve essere significativamente (ICD 10) al di sotto di quanto previsto in base all’età cronologica del soggetto (entro due deviazioni standard +/- 30) e a correttezza, precisione e velocità. È auspicabile che ciò avvenga a partire dal termine della seconda elementare, quando il bambino ha compiuto l’ottavo anno, dopo aver dato credito così alla completa evoluzione delle abilità di accesso agli apprendimenti. Il problema è che la Legge 170 prevede che già dalle scuole dell’infanzia per mezzo di protocolli, esami e test, si individuino i casi sospetti di DSA. I piccoli allievi soffrono quindi l’abuso di essere sottoposti a prove, esaminati, valutati fino a vivere l’intensa preoccupazione di non essere uguali agli altri. La scuola, con l’utilizzo di vari strumenti diagnostici, tra cui alcuni di tipo tecnologico come lo Strudle, o computerizzati come il CoPS (Cognitive Profiling System), identifica la presenza del 14/16 per cento di allievi malati da etichettare, incoerente con il momento evolutivo che gli allievi vivono. Tali diagnosi sono svalorizzanti, mosse dal gusto di identificare il difettoso e inevitabilmente producono sofferenze e traumi che si trapiantano nel processo maturativo, con l’effetto di ritardare lo sviluppo delle funzioni autonome dell’Io e la conseguente strutturazione di una personalità fragile e non autentica. La situazione è assai inquietante, e vede preoccupati tutti quei docenti che non sono legati a un tipo di educazione fondata sul sordo conformismo e che rifiutano l’avvilente destino di quegli allievi che, definiti dalla patologia nosografico-classificatoria come “dislessici”, sono resi “diversi”. Per la Pedagogia Clinica, agli insegnanti spetta il compito, da sempre, di saper analizzare le potenzialità, abilità e disponibilità, connotabili dal modo in cui la persona legge e da ogni espressione dichiarativa di , del suo stato di agio o di disagio, della sua faticabilità, delle sue competenze. Comunicazioni che possono veicolare oppressione o esaltazione, simpatia o antipatia, attrattiva e ogni opposta sfumatura con cui il soggetto si testimonia e che l’insegnante deve saper conoscere e comprendere. Egli è chiamato a rilevare errori e inadeguatezze, confusione di suoni e di simboli simili, confusione di forma, inesatta pronuncia di vocali, inversioni cinetiche di lettere e di sillabe all’interno della parola, omissioni, aggiunte, trasposizioni di lettere, semplificazioni, generalizzazioni, sostituzioni, soppressioni, accentazione irregolare, omofonie-allografie, precipitazioni. Contemporaneamente potrà verificare scopicamente ogni segnale informatore del disagio, tra cui posture di chiusura, grattamenti, mano sullo stomaco o sul plesso solare, voce bassa o tremolante, l’inumidirsi le labbra, la fame d’aria, le vampe di calore o di freddo, la sudorazione, ecc., ogni espressione mimico-facciale che comunica emozione, difficoltà e malessere. Tutto ciò deve essere in possesso dell’insegnante, per poter tradurre i significati delle manifestazioni di una visione ristretta, l’incapacità di espandersi nell’ambiente, la dimostrata sensazione di essere soggetto di minore diritto e di minore forza, la tendenza alla fuga dalla realtà con blocco della comunicazione e del gusto di vivere, deve possedere tali abilità. La Pedagogia Clinica ha da sempre messo in evidenza e preso posizioni accanite nei confronti di chi, per carenza di conoscenze e competenze, con troppa facilità ha appellato prima e appella adesso, perché certificati, “dislessici”, quei bambini in difficoltà negli apprendimenti. Per questo ha promosso, nei progetti di formazione agli insegnanti, la conoscenza dello sviluppo dell’allievo e le modalità per individuare tutte le sfaccettature sia delle potenzialità che dei disordini, sia delle insufficienze che delle abilità, sia di agio che di disagio, le quali, se realizzate in un clima di simpatia e di rispetti, risulteranno con autenticità. Una verifica quindi dal vero sapore pedagogico clinico che per l’insegnante può diventare un’opportunità di condotta senza dover far uso di strumentari quantizzanti, senza la necessità di dover sottoporre a prove l’allievo, bensì basandosi su un’attenta osservazione, realizzata nei vari momenti-gioco individuali e collettivi, nelle attività di studio e di lavoro proprie dell’ambiente educativo in cui si trova; solo se si opera in tal modo si evita quel criterio di misurazione e di classificazione, contro cui tuonava il Vygotskij, deciso a non mutare il nome di battesimo dell’allievo con quello di “dislessico”. L’attitudine a leggere il barometro delle potenzialità, delle disponibilità e delle necessità dell’allievo, il suo potenziale di sviluppo, l’integrità e l’adeguatezza dell’efficienza, le cause dell’insuccesso e gli ostacoli presenti, aiutano l’insegnante a delineare la scelta di strategie educative e didattiche individualizzate, idonee per raggiungere il grado di evoluzione e di maturazione necessario a ciascuno, arginare gli insuccessi per dare significato alle relazioni interpersonali come occasioni di sviluppo personale e di inserimento sociale. Su questi principi trova solidità il metodo Educromo, strutturato in anni di esperienza pedagogico clinica che tiene particolarmente conto dei valori della cromaticità in aiuto alla persona per migliorare la funzionalità dell’occhio, l’accomodamento, la convergenza e la fusione delle immagini e per offrire con le vibrazioni cromatiche validi risvegli in soggetti con difficoltà di lettura.

    Vieni avanti dislessico!