Età mentale

Nel 1905 A. Binet e J. Simon costruirono un test in grado di classificare gli individui in base alle abilità mentali misurabili e introdussero il concetto di “età mentale”. Nel 1912 W. L. Stern calcolò quello che poi definì “Quoziente Intellettivo” (QI), universalmente riconosciuto come l’indice dell’aspetto misurabile dell’intelligenza, dato da QI = EM (Età Mentale) /EC (Età Cronologica) x 100. L’idea era che l’intelligenza fosse una capacità generale e omogenea dell’individuo nei diversi campi cui si applica. Spearman, dopo aver elaborato l’analisi fattoriale delle abilità, sostenne che la capacità intellettiva era spiegabile in base a un fattore generale (g) e a un fattore specifico (s). Nel 1927 egli sviluppò il concetto di intelligenza intesa come un fattore generale e, ancora oggi, i test che la misurano si rivolgono a questo principio. Nel corso del tempo si è affermata sempre più l’idea che gli usuali test di intelligenza non si dovessero limitare al cosiddetto “pensiero convergente”, a quel tipo di pensiero orientato alla soluzione di problemi noti e all’elaborazione di procedimenti standard, basati sul restringimento delle possibilità e sul riconoscimento di un’unica risposta corretta. La Pedagogia Clinica, tenendo presenti i risultati empirici, sia dei test sia dell’osservazione riguardanti le capacità che le persone raggiungono mediamente a certe età, e senza trascurare il “pensiero divergente”, ha potuto approntare non un vero e proprio test, ma un’osservazione analitica, l’Analisi delle capacità intellettive, utile per avere un’idea delle abilità della persona e agire di conseguenza su di essa e con essa e non in conseguenza di un numero che la testimonia.