Parola

Patrimonio comune dei parlanti che li rende capaci di realizzare un discorso, un loqui cum, un parlare con qualcuno. Soddisfa il bisogno che l’uomo ha di esprimersi e di comunicare con i propri simili. Dal nucleo alla frase, soggetto e predicato, con l’aggiunta di altre parole e concatenazioni grammaticali si può creare ogni possibile espressione fino a originare un frasario ricco e variabile. Un edificio complicato in cui ogni parola ha un effetto, richiama in colui che ascolta qualcosa di preciso e determinato, esprime ciò che ha in colui che parla; permette sia a chi parla, sia a chi ascolta, di immaginarla come qualcosa di oggettivamente esistente. Ma spesso si abusa delle parole, le si sprecano, le si usano a vanvera e senza sosta per raccontare, discutere, convincere, criticare, giudicare, curare. Tale dominio incontrastato del linguaggio verbale è riscontrabile anche nelle esperienze di aiuto alla persona, le quali finora hanno trovato prevalentemente fondamento nell’enfatizzazione della parola, che ha portato i terapeuti a privilegiare il codice vocale-uditivo e a pensare che nei filtri della parola stessa si potessero rintracciare i mezzi per aiutare l’individuo. Ancora oggi si ritiene che lo scambio verbale tra terapeuta e paziente, se massicciamente utilizzato, sia capace persino di ricostruzione del pensiero. Ci sono operatori che, come archeologi, scavano attraverso la parola e che in ragione di una relazione basata sull’alternanza verbale degli interlocutori credono sia possibile realizzare nel paziente un idoneo cambiamento. Utilizzano parole per persuadere o dissuadere, parole di esortazione o consiglio, di rimprovero, per mostrare a qualcuno il proprio torto, oppure di raccomandazione, si adotta un parlare prosastico o vibrato allo scopo di scuotere gli animi mediante l’abuso di domande e risposte simili a catechismi.