Atelier

Laboratorio. È un ambiente scelto dal Pedagogista Clinico® per realizzare interventi di aiuto rivolti a gruppi. In atelier le persone, animate dai metodi e dalle tecniche pedagogico cliniche, hanno modo di mettere in scena, proiettate nello spazio tridimensionale, contenuti e assonanze simpatetiche, con l’occasione di favorire cambiamenti nelle modalità di interazione e accrescere performance di adeguatezza dell’efficienza ed efficacia necessarie a fronteggiare e superare gli ostacoli. In atelier il soggetto può vivere tutte quelle esperienze che si rivolgono alle funzioni intero ed esterocettive, al controllo tonico e posturale, che richiedono di sperimentare aggiustamenti globali e con programmazione mentale, di arricchire l’espressività corporea, la disponibilità ad adattamenti relazionali e all’ascolto dei bisogni emotivi e affettivi, di partecipare le tecniche percettivo corporee, di rilassamento, di saper leggere la funzione di interiorizzazione, di percezione globale e segmentaria del proprio corpo, e ogni opportunità di espressione libera e di aggiustamento. Tante esperienze caratterizzate da aspetti prospettici dinamici, vissuti in condizione gruppale, che favoriscono il mutare delle azioni e dei processi mantenendo vivo l’interesse inteso a sperimentare e ravvivare le attitudini e contribuendo così a innalzare il barometro delle potenzialità di sviluppo della persona.

Attaccamento

Processo riferibile alla progressiva maturazione affettiva e sociale del bambino. Riguarda tutti gli atteggiamenti e le modalità iniziali mediante i quali il bambino piccolo avvia la ricerca del contatto e della sicurezza con un individuo della propria specie. La visione pedagogico clinica tiene conto del valore educativo, globale e individuale di questo particolare processo, dello sviluppo sociale che si realizza attraverso la maturazione del corredo biologico e della comparsa di capacità percettive e cognitive sempre più complesse. Il bambino, fin dalla nascita, ha un’organizzazione sensoriale e percettiva che gli permette di processare e selezionare attivamente l’informazione sensoriale che gli proviene dall’ambiente. In particolare, attraverso la sensibilità cutanea, egli soddisfa il suo bisogno di contatto e di calore, sperimentando un’interazione con chi si prende cura di lui. Si costruisce così il primo legame affettivo. La percezione visiva gli permette di discriminare schemi visivi e di rivolgere un’attenzione selettiva a quelli schemi con determinate caratteristiche (complessità, movimento, solidità, luminosità) come il volto umano. La percezione uditiva gli consente di dare risposte differenziate a seconda della tonalità, intensità e durata dei suoni, e quindi una risposta selettiva a suoni con caratteristiche del linguaggio umano. Anche se il Pedagogista Clinico® non si attiene alle fasi e agli stadi poiché ritenuti troppo limitativi e rigidi, non disconosce l’importanza degli studi che sono stati condotti sullo sviluppo di attaccamento, per cui ne considera il valore implicito. Alla luce di questo rileva che intorno ai 3 mesi il bambino è orientato dai segnali senza poter discriminare la persona (stadio dell’oggetto precursore di Spitz), in seguito invia segnali verso una o più persone discriminate (stadio dell’oggetto libidinale di Spitz), quindi si affaccia la protesta della separazione a cui segue la paura dell’estraneo: le risposte positive nei confronti di persone sconosciute cessano e vengono sostituite da risposte negative con esitamento, rifiuto e pianto (equivale all’angoscia dell’estraneo di Spitz). A circa 9 mesi il bambino è capace di allontanarsi dalla madre perché può evocarla mentalmente (equivale alla fase “separazione-individuazione”). Nell’analisi dello sviluppo del legame di attaccamento è interessante conoscere quali sono i comportamenti di attaccamento che il bambino mette in atto per avvicinarsi alla mamma (comportamenti di accostamento) e per far avvicinare quest’ultima a (comportamenti di segnalazione). Tra i comportamenti di accostamento, il piccolo, fin dalla nascita attua la suzione per fini non alimentari, più tardi, a circa 9 mesi segue e cerca la madre. Per farla avvicinare a utilizza il pianto, il sorriso e le vocalizzazioni. Il pianto, che può essere di fame, di dolore e di irritazione dopo la terza settimana si presenta come uno “pseudopianto” con caratteristiche differenti e facilmente riconoscibili. Segue poi il pianto con significato relazionale. A circa 6 settimane è provocato dalla scomparsa della figura umana, non per motivi di tipo affettivo, ma per un cambiamento della stimolazione percettiva, per cui il bambino si calma presto; intorno al quinto mese è scatenato dall’assenza della persona e la protesta è orientata verso la figura assente, quindi il piccolo si calma solo alla sua ricomparsa; in seguito piange per la presenza dell’estraneo, appare angosciato e ricerca la madre. Sono inibitori del pianto la suzione non alimentare, il contatto fisico, il dondolio. Più tardi il bambino si calma se qualche oggetto attraversa il campo visivo, poiché è aumentata la sua capacità di esplorazione visiva e, approssimativamente, dalla quinta settimana, anche le stimolazioni di natura sociale come la voce o volti umani inibiscono il pianto. Il sorriso è assai utilizzato per far avvicinare la madre. Durante la prima settimana è presente il “sorriso-smorfia” che ha un carattere riflesso e non può essere considerato come segnale. Il “sorriso sociale” compare all’incirca nella terza settimana, quando il bambino risponde col sorriso alla vista di una maschera con due punti che prefigurano gli occhi e, quindi il volto umano. Segue il sorriso alla voce e poi al volto, quindi, intorno al secondo mese, il “sorriso sociale selettivo”: il piccolo può dare risposte agli stimoli esterni rappresentati dalla voce e dal volto della madre, e non darne a quelli, sempre esterni, rappresentati dalla voce e dal volto degli estranei. Il più importante comportamento di segnalazione che il bambino usa per far avvicinare la madre è rappresentato dalle vocalizzazioni, radici del linguaggio verbale. A partire dalla terza settimana egli emette dei vocalizzi che sono funzionalmente e morfologicamente legati al pianto. Sono a genesi propriocettiva e non hanno significato comunicativo. Solo a tre mesi circa compaiono le prime “reazioni circolari”, per cui il bambino sente le vocalizzazioni da lui emesse e quelle della madre. Seguono le prime imitazioni vocali, iniziando delle vere e proprie “proto-conversazioni”. Dapprima la madre imita i suoni prodotti dal bambino (ecofonia), poi è quest’ultimo a imitare i suoni prodotti dalla madre (ecolalia). Egli risponde agli oggetti sociali, a voce e volto umani, quindi reagisce selettivamente a essi: sorride alla voce e al volto della mamma, ma non sorride alla voce e al volto dell’estraneo, e infine si attacca a una figura particolare. Ciò è dovuto alla maturazione dei processi cognitivi. Lo sviluppo cognitivo, attraverso gli emergenti processi di attenzione, percezione, apprendimento e memoria, si inserisce nel processo di sviluppo sociale. Ne consegue che quest’ultimo, strettamente collegato allo sviluppo cognitivo, dipende in gran parte dall’interazione che si stabilisce fra il bambino e l’adulto, il quale deve possedere una buona qualità” e una disponibilità all’interazione col bambino, caratterizzata dalla “fluidità” e dallo “scambio”. Su queste basi, in virtù di una progressiva maturazione cognitiva, e grazie all’interazione continua con l’adulto, il bambino sviluppa la propria personalità.

Atteggiamento

Modalità della persona di dichiararsi, di porsi in relazione agli altri e alle cose, determinato dall’esperienza che ha esercitato un’influenza direttiva sulla condotta. È la rappresentazione di , di tutte le valenze percettive, cognitive, affettive della personalità, espresse nelle interazioni con ogni modalità comunicazionale; interazioni tradotte in un continuo, diverso, modellamento, in funzione strumentale e di adattamento. Ogni atteggiamento, per la Pedagogia Clinica, è riconducibile in essere, intendendo con ciò l’imprescindibile legame dell’uomo con la complessa rete di rapporti ambientali e, soprattutto, inter-personali, in cui è collocato. Per aiutare la persona a espandere e realizzare se stessa, finalità peculiari della Pedagogia Clinica, queste dinamiche richiedono un’azione educativa che sia in grado di promuoverne o di ripristinarne l’equilibrio globale, contemplando l’originarsi di aperture positive e costruttive nei confronti delle relazioni interpersonali, e la consapevolezza dell’importanza che riveste l’atteggiamento personale nella definizione della realtà soggettiva

Attenzione

È caratterizzata da un fenomeno di orientamento e di intensità che dipende dall’interesse suscitato, dalla motivazione, dalla disponibilità e dallo stato emotivo-affettivo. Nell’esecuzione di compiti protratti nel tempo in cui l’individuo è chiamato a rispondere a segnali che presentano un’occorrenza ripetuta, due fattori sembrano essere particolarmente rilevanti: la capacità di mantenere l’attività focalizzata resistendo all’affaticamento su stimoli specifici e, contemporaneamente l’abilità di resistere alla distrazione esercitata da altri stimoli. L’attenzione è un orientamento elettivo e il suo oggetto è un contenuto pensato, raggiunto dal contributo selettivo della percezione, della focalizzazione e della fissazione che ha come funzione quella di portare l’immagine nella regione oculare della fovea. A ciò si deve aggiungere che l’attenzione è uno stato nel quale si trova la mente quando è intenta a un lavoro, si potrebbe dire che essa è lo sguardo dell’intelletto, senza la quale la coscienza non riflette e la memoria non ricorda. La mente, nel conoscere o nel percepire, con l’intento di eliminare, attenuare o attutire la disattentività, deve provare piacere; è nelle gioie e nei piaceri senso-percettivi che si rispecchiano l’attenzione e la riflessione. Il piacere è prodotto dalla novità degli oggetti e dei materiali, dall’impaziente domanda che perviene dai sensi, dai sentimenti e dalle impressioni che arrivano per mezzo dei canali telerecettivi e propriocettivi. Tra i fattori che attirano e trattengono l’attenzione, se rivolta verso qualcosa, vi sono la dimensione dell’oggetto, la sua posizione nello spazio, il suo movimento, il contrasto figura-sfondo, la forma, il colore, l’intensità e la durata di presentazione dello stimolo, se rivolta verso qualcuno possono invece essere dei particolari estetici, tonematici, gestuali ecc. Il Pedagogista Clinico®, per poter accedere a una verifica della riserva attentiva di un soggetto si avvale del Test Attenzione e Faticabilità. Riconosciute le vie attraverso le quali l’attenzione si manifesta e si arricchisce egli attiverà tutte le facoltà, fino a caratterizzare lo sviluppo della selettività per un tempo di attivazione consapevolmente dipendente dalla motivazione e dalla proprietà degli stimoli.

Attesa (prenatale)

Periodo che, nella visione della Pedagogia Clinica, va dalla nascita biologica, avvenuta al momento del concepimento, fino alla nascita anagrafica o conoscenza. L’attesa coinvolge ambedue le figure genitoriali, non può essere più circoscritta alla esclusiva gravidanza, processo esclusivamente materno che non include il padre, bensì a tutto ciò che emulsiona nella coppia dal momento in cui ha messo a disposizione i propri gameti per dar vita a un nuovo essere umano. Essa può essere vissuta con modalità differenti, per esempio tranquilla specie se è a seguito di un progetto programmato per scelta consapevole, oppure, può suscitare perplessità e dubbi su tutto ciò che rappresenta un’incognita, possono comparire paure non reali e quindi fantasmatiche che si riferiscono spesso al timore di avere un figlio con anormalità, rinforzato da sogni dello stesso contenuto, oppure la preoccupazione può essere rivolta al restringimento degli interessi sociali e limitazioni nelle relazioni. Alcune paure si possono presentare coinvolgendo unicamente la donna per la particolare partecipazione attiva alla trasformazione del corpo e la necessità di doversi adattare a una fase fisiologica nuova. Qualche volta la paura è proiettata sul dolore che il parto comporterà e per questo viene fatta richiesta di ricorrere al parto cesareo senza necessità obiettiva ostetrica, sacrificando così un’esperienza naturale che sancisce nella primipara il passaggio dall’essere figlia a essere madre. Una nota di diverso orientamento è rappresentata dalle fantasie sul nascituro, con gli occhi della mente, in accordo con i desideri dei genitori, che, se non sono eccessive, hanno una grande funzione psicologica: creare nella loro mente uno spazio per il bambino, una sorta di “culla psicologica”, nella quale egli si ritroverà al momento della nascita. In tutto questo è facile intravedere quante situazioni di aiuto si presentano al Pedagogista Clinico® durante il momento dell’attesa. Un esempio di attualità è l’uso pedagogico clinico dell’ecografia in gravidanza. Il medico, in questo caso l’ecografista, monitorizza il decorso della gestazione e ha una visione corretta della realtà osservabile; un dato importantissimo di cui oggi non possiamo fare a meno per tutelare la salute della gestante e del bambino. Ma a prendere a cuore e aiutare le persone a vedere cosa c’è sotto questa realtà osservabile, contattare le emozioni per valutare la risonanza affettiva, contenere le eventuali delusioni che la coppia in attesa prova di fronte a un esame ecografico che offre l’occasione a madre e padre di “vedere” con i propri occhi il proprio bambino molto tempo prima della conoscenza reale al momento della nascita, c’è il Pedagogista Clinico. Si apre allora uno scenario nuovo, in cui questi si muove applicando razionalmente i propri metodi nella gestione delle immagini ecografiche. Inserito in un team
di monitoraggio della gravidanza o nel proprio studio, egli può aiutare i genitori alla gestione delle fantasie, incanalandole nella funzione di creare uno spazio mentale per il bambino. E alla madre in particolare offre elaborazioni immaginative che confermino quanto non ci sia niente di più bello, di più poetico, di più estetico della nascita di una creatura, di un figlio che attende con gioia, e quanto essa sia privilegiata per averla generata e stringerla poi al petto.

Attestazione di disabilità

Dichiarazione medico-legale che consente la prima individuazione degli alunni con deficit e un primo quadro clinico sulla natura della minorazione rilevata. In quanto accertamento clinico di una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione, l’attestazione deve essere firmata da un medico specialista nella patologia o da uno psicologo esperto. La procedura di attestazione è attivata di norma al momento del primo inserimento scolastico, nel rispetto dei tempi necessari per la predisposizione degli interventi, a opera dei competenti organismi scolastici, o, comunque, entro 60 giorni dalla presa in carico del soggetto da parte di servizi della ASL. L’occasione del “battesimo” è l’attestazione di handicap (oggi di disabilità), prevista dall’art. 2 del DPR del 24 febbraio 1994, la quale è concessa “al fine di assicurare l’esercizio del diritto all’educazione, all’istruzione e all’integrazione scolastica […]” (senza l’attestazione di handicap (disabilità) la persona è dunque senza diritto?). Ciò potrebbe significare che Pierino se non rientra nelle caratteristiche delle persone handicappate previste dalla legge-quadro, non ha diritti? Di fatto, per mantenere il diritto di Pierino allo studio, il Servizio Sanitario deve individuare una classificazione specifica. Altri, più fortunati (?), che presentano disagio scolastico, insuccesso o abbandono, ritardo nell’apprendimento, vengono fatti rientrare nella “dispersione”, come previsto dalla C.M. 257 del 9.8.1994 e per loro, per mantenere il diritto allo studio, non c’è bisogno dell’attestazione, tuttavia saranno ugualmente gratificati (?) da classificazioni caratterizzanti. La procedura per l’attestazione di disabilità, inoltre, è condotta da un medico o da uno psicologo che non conoscono l’allievo, ignorano i processi educativi su cui si basa l’insegnante, eppure sono deputati a stabilire, accogliendolo in un ambiente sanitario, – nonostante non abbiano precise indicazioni sulle modalità da seguire in questo importante e, purtroppo, decisivo momento della attestazione – oltre al suo modus vivendi, anche se egli può essere educato e istruito. Quel che è certo è che alla fine lo inseriranno in una delle tipologie delle sindromi e dei deficit, e sarà questa specificazione classificatorio-nosografica che verrà trascritta negli spazi della modulistica.

Atti comunicativi analogici

In questa tipologia di atti rientrano il movimento gestuale, lo sguardo, la tonalità della voce, le pause, le varie posture corrispondenti a prossemica, cinesica, paralinguistica e digitale. Sono espressi inconsapevolmente nei nostri rapporti quotidiani e consapevolmente dal Pedagogista Clinico® esperto nelle tecniche di comunicazione non verbale secondo la metodologia del Reflecting®. In questa disciplina, oltre gli atti comunicativi più conosciuti, vengono utilizzate anche polarizzazioni, tracce figurative, simboli del dinamismo cinestetico con connotazioni associative prodotte dal punto, dal cerchio, da onde circolari, da spirali centripete, moti gestuali ascendenti, discendenti, orizzontali, verticali, curvilinei sull’asse… tutti segnali informatori e figurazioni di messaggi.

Attitudine

La Pedagogia Clinica considera l’attitudine come la caratteristica delle qualità efficaci dell’individuo dal punto di vista del rendimento, della disposizione, delle preferenzialità e delle tendenze. Si può rintracciare un’attitudine comunicativa della voce che, se arricchita da una forma varia può modificare perfino l’aspetto della persona, l’attitudine dell’osservazione, della riflessione, del discernimento, della pazienza e di altre facoltà, l’attitudine ad apprendere un atto organizzativo motorio, o l’attitudine che consente al disabile di inserirsi nel mondo del lavoro e quindi, secondo il proprio ritmo, nel contesto socio-economico. Queste attitudini possono essere sviluppate e far parlare al corpo un linguaggio che permetta l’esplicazione di e la relazione con l’altro, la possibilità di adattamento all’ambiente sociale e le reazioni emotive. Potranno essere sviluppate l’attitudine motoria, tonica e posturale e si potrà acquisire una maggiore conoscenza e accettazione di , un migliore accomodamento del modo di essere, l’autonomia e l’accesso alla responsabilità nella vita sociale. La manifestazione delle attitudini personali, la formazione dell’attitudine al lavoro fisico, la socievolezza potranno trovare validi ausili a mezzo di esperienze collettive; l’attitudine al dialogo parlato potrà essere sviluppata e arricchita con esperienze ritmo-musicali, timbri e intensità guidate dalla sensibilità ricettiva all’intonazione e alla inflessione della voce. Da qui si comprende quanto valore abbia l’attitudine in quanto specifica propria di ciascuno, che deve trovare un’attenzione educativa indispensabile per promuoverla nella persona e per aiutarla nella realizzazione del proprio progetto di vita.

Atto costitutivo

Documento che attesta la fondazione di un organismo riconoscibile negli atti ufficiali della Costituzione. Il 16 aprile 1997 si è costituita con atto pubblico l’Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici (ANPEC), registrata a Firenze al n. 2423, in ossequio alla libertà di associazione stabilita dall’art.18 della Costituzione. L’atto presuppone oltre alla libera formazione del vincolo associativo, la volontà collegiale e la tutela giurisdizionale degli associati. Caratteri identificativi sono l’individualità o soggettività (gruppi formali che si rapportano all’ordinamento giuridico come entità autonome), l’effettività, ossia un minimo di organizzazione di stabilità e di continuità, l’essere una struttura aperta, con contemplata variabilità del numero dei membri del gruppo e l’avere una struttura interna democratica e senza scopo di profitto.