Ritardo mentale

Condizione caratterizzata soprattutto da una compromissione delle abilità che generalmente si manifestano durante il periodo del primo sviluppo, ovvero le abilità cognitive, linguistiche, psicomotorie e sociali che si traducono in modi assai diverse a seconda della gravità e degli individui. Non essendo l’intelligenza una caratteristica unitaria, deve essere valutata in base a un ampio numero di abilità più o meno specifiche. Per una diagnosi di ritardo mentale occorre che la compromissione intellettiva determini una ridotta capacità di adattamento alle richieste quotidiane di un ambiente sociale. La definizione “ritardo mentale”, elaborata nel 1983 dall’American Association on Mental Retardation e fatta propria dal DSM, fa riferimento solo in parte al concetto multidimensionale di intelligenza e comprende tre aspetti principali, un livello di funzionamento intellettivo generale sotto la media (misurato con test di intelligenza standardizzati), incapacità o difficoltà di adattamento, insorgenza entro i 18 anni. Ma per effettuare una diagnosi di “ritardo mentale”, le abilità intellettive inferiori alla media devono considerare anche le limitazioni in due o più delle aree di abilità adattive, tra cui la comunicazione, la cura di se stessi, le abilità domestiche, le abilità sociali, la capacità di utilizzo delle risorse comunitarie, l’autonomia, l’abilità nel provvedere alla propria salute e sicurezza, le abilità accademico-scolastiche, quelle relative alla gestione del tempo libero e quelle lavorative. Le cause di tale ritardo possono essere di vario tipo, ossia cromosomiche e genetiche, la trisomia 21, biologiche prenatali come infezioni, droghe o alcool; biologiche perinatali, come per esempio prematurità e asfissia; postnatali, ossia meningite, encefalite, traumi cerebrali, anossia; oppure ambientali. Il ritardo mentale è classificato secondo i livelli di Quoziente Intellettivo (Q.I.) determinati attraverso test intellettivi standardizzati e somministrati individualmente