Segnalazione di allievi “dis”

Procedura che viene eseguita già a partire dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia. L’insegnante che sottopone a prove il bambino all’età di 5-7 anni, con schede di valutazione quantitativa e classifica i suoi insuccessi nell’apprendimento con gli appellativi “disgrafico”, “dislessico”, “disortografico” e “discalculico”, si espone a quella categorizzazione cui abbiamo già assistito in tempi lontani, quando un movimento ideologico dall’enorme risonanza socio-culturale si oppose alla prassi di dépistage degli scolari, voluta da una scuola tesa a differenziare coloro che non riuscivano a tenere il passo con gli altri, si dimostravano improduttivi e venivano appellati “diversi” e trattati come persone di serie “B”. La scuola che si affretta ad apporre una etichettatura, un marchio di inferiorità sull’alunno ha dissipato il
principio fondamentale di tutta l’educazione e dimenticato che a determinare il destino della personalità non è la difficoltà ad apprendere, ma le sue conseguenze sociali. Non è possibile alcuna educazione che non si ponga determinati intenti sociali positivi, a essa spetta il compito di non far perdere al bambino il suo coraggio, deve evitare di sviluppare ogni senso d’inferiorità che può condurlo a ricercare forme patologiche di compensazione. Alla scuola etichettante si deve chiedere di conoscere il bambino evitando schede “sì-no”, non di ricercare la causa del suo disagio in un’anomalia congenita della volontà, né in precise alterazioni delle singole funzioni, ma nel fatto che non è stato educato a riconoscere quel valore né dall’ambiente circostante né da se stesso, e perciò considerare la personalità nel suo insieme, nella sua interazione con l’ambiente, nella totalità dei loro rapporti, nella dinamica del loro sviluppo.

    Vieni avanti dislessico!